EMPATIA

 

Molto spesso ho sentito dire “sono una persona empatica”.  Tuttavia, si fa molta confusione su cosa sia l’empatia, perché spesso viene confusa con l’emotività o con la suscettibilità. 

 

Cos’è l’empatia?

Empatia, emotività e suscettibilità sono tutte e tre funzioni emotive, ma riflettono qualità profondamente diverse.  L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri riuscendo a comprendere i loro stati d’animo, senza però esserne travolti.  L’emotività, invece, rappresenta la tendenza a reagire a situazioni o a riflettere gli stati d’animo altrui senza che queste reazioni vengano filtrate.  D’altro canto, la suscettibilità identifica l’eccessivo reagire a contenuti esterni vissuti come giudizi, critiche o attacchi, indipendentemente che lo siano veramente; è un aspetto importante della fragilità emotiva.

In altre parole, la persona suscettibile, con confini scarsi o totalmente assenti, verrà travolta dagli stimoli emotivi che recepisce, rispondendo con reazioni eccessive e non adeguate alla situazione.  La persona emotiva, invece, tenderà a vivere i contenuti emotivi esterni come propri, riflettendo uno sfumarsi dei confini tra ciò che è suo e ciò che è di altri, rispondendo alla situazione in maniera coerente ma non controllata.  Infine, la persona empatica godrà di confini definiti, comprenderà l’emotività altrui riconoscendone la “proprietà” e non si farà risucchiare da quel turbinio emotivo, inoltre, osservando la situazione dalla giusta distanza potrà rispondere adeguatamente e coscientemente alla situazione.  

Quindi, “l’empatia è la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente” [2a].

 

Come funziona l’empatia?

L’empatia è strettamente legata a due concetti molto importanti dell’aspetto emotivo e sociale: l’alfabetizzazione emotiva e la teoria della mente.  Entrambe queste competenze si sviluppano ed evolvono fin dall’infanzia e si riflettono tanto nella stabilità emotiva della persona, quanto nella sfera della socialità e del lavoro, o della scuola se si parla di bambini e ragazzi [6, 7, 9, 11].  Tutte queste competenze, empatia compresa, ricadono sotto il cappello dell’intelligenza emotiva (la capacità di percepire, comprendere, regolare, gestire e usare le emozioni proprie e altrui in maniera appropriata) [8, 17].

L’alfabetizzazione emotiva (la capacità di percepire, riconoscere, comprendere, esprimere e gestire le emozioni in maniera sana e adattiva) è alla base della regolazione emotiva e del comportamento sociale [11, 19] ed è ciò che intercorre tra resilienza e fragilità emotiva – argomenti trattati in un altro articolo.

La teoria della mente (la capacità di concepire l’esistenza di stati mentali, come emozioni, credenze o intenzioni diverse tra le persone e di usare tali cognizioni per interagire e comunicare adeguatamente con gli altri) [3, 16] è fondamentale per capire, spiegare, predire (ma anche manipolare) il comportamento altrui, tanto che l’assenza di questa capacità può rendere impossibile il comprendere e l’interagire adeguatamente con il mondo sociale [14]. 

L’empatia, quindi, è una funzione molto complessa gestita da circuiti diffusi che coinvolgono numerose aree cerebrali [2, 4, 18].  Un aspetto molto interessante dell’empatia è il suo accendersi e spegnersi [12].  Infatti, non è una funzione costante e sempre attiva, ma può essere attivata e disattivata.  Un esempio utile per capire questa caratteristica riguarda i chirurghi che devono essere bravi nello spegnere l’empatia nel momento della performance e concentrarsi esclusivamente su ciò che dev’essere fatto per non rischiare di causare danni ai pazienti sotto i ferri. 

Quando l’empatia è spenta si tende a pensare ai propri interessi – e si rischia di perdere la consapevolezza di esercitarne poca –, invece quando è accesa l’attenzione ricade consapevolmente anche sugli interessi altrui.  In altre parole, “c’è empatia quando smettiamo di focalizzare la nostra attenzione in modo univoco, per adottare invece un tipo di attenzione ‘doppia’” [2b].  In tal senso, il funzionamento dell’empatia richiede una separazione (mentale e cerebrale) per riflettere contemporaneamente su due menti (propria e altrui). 

Per queste ragioni potremmo dire che l’empatia è come se fosse la chiave di volta delle funzioni emotive, poiché le persone che sanno essere empatiche riflettono tanto la conoscenza di se stesse e la comprensione degli altri quanto la gestione delle emozioni in generale.

 

Chi è empatico?

Un importante studioso di questo campo, Baron-Cohen [2], ritiene che la capacità empatica sia uno spettro che va dalle grandi e sempre presenti doti empatiche alla freddezza e incapacità emotiva e individua 7 livelli di empatia.

Al livello 6, il più alto, si posizionano le persone con una grande capacità empatica.  Queste persone sono continuamente focalizzate sulle emozioni altrui, così da monitorare i loro sentimenti e, se necessario, essere di conforto.  In queste persone è come se i circuiti dell’empatia fossero continuamente ipereccitati – come se non si spegnesse mai –, così da avere costantemente un occhio di riguardo per gli altri [2].

Al livello 5, sono presenti le persone con un’empatia leggermente sopra la media ed è più popolato dalle donne.  In questo livello dello spettro le relazioni sono spesso basate sull’intimità emotiva, sulla condivisione e sul sostegno reciproco.  Queste persone tendono ad arginare il desiderio di dominare, intromettersi, far valere le proprie opinioni.  Generalmente, le loro interazioni risultano ponderate e dedicano anche più tempo per scoprire delicatamente e indirettamente i contenuti altrui.  Inoltre, non risultano avventate nelle decisioni unilaterali, ma preferiscono considerare più punti di vista domandando ad altri la loro opinione.  Nonostante queste persone non siano costantemente focalizzate sui sentimenti altrui, questi permangono per più tempo nella loro mente [2].

Al livello 4, sono presenti le persone con un’empatia medio-bassa ed è più spesso popolato dagli uomini [1].  In questo livello le relazioni possono basarsi più su attività e interessi comuni che su una vera e propria intimità, nonostante ciò possono instaurarsi legami forti e piacevoli.  Sebbene non ne influenzi il comportamento, queste persone mostrano un’empatia leggermente attenuata per la maggior parte del tempo e risultano più a loro agio nelle interazioni nelle quali il discorso non verte sulle emozioni [2].

Al livello 3, sono presenti le persone coscienti di avere difficoltà empatiche e che tentano di mascherare o compensare tali mancanze, sforzandosi di “sembrare normali” [10].  Queste persone si possono rendere conto di non essere sicuri di ciò che ci si aspetta da loro, di avere difficoltà nell’interpretare gli aspetti non verbali nelle interazioni e di non comprendere gli altri.  Tendono ad evitare le altre persone per via delle loro difficoltà nelle generiche interazioni sociali, infatti, le conversazioni possono essere problematiche, sia per la mancanza di regole fisse nella loro conduzione sia per la loro imprevedibilità.  Per queste persone tornare a casa può essere un sollievo, dal momento che possono smettere di “fingere” di essere come gli altri e possono ricominciare ad essere se stesse [2].

Al livello 2, troviamo persone che hanno grandi difficoltà con l’empatia.  Queste persone possono sbottare urlando e insultando l’altro, ma hanno sufficiente empatia per mettersi un minimo nei panni degli altri, rendersi conto di aver sbagliato quando i sentimenti altrui vengono feriti e di inibire determinati comportamenti aggressivi, come le aggressioni fisiche.  Le persone a questo livello di empatia avranno continuamente bisogno di feedback per rendersi conto di aver oltrepassato i limiti e commetteranno errori per tutta la vita parlando a sproposito o agendo poco coscienziosamente [2].

Al livello 1, troviamo persone con gravi carenze.  Infatti, l’empatia di queste persone non è sufficiente per contenere comportamenti ostili o aggressivi.  Il circuito cerebrale dell’empatia fallisce e, in particolare, la parte deputata all’inibizione dell’aggressività e al controllo comportamentale è disregolata.  Queste persone hanno uno scarso controllo e spesso feriscono gli altri, tuttavia sono in grado di riflettere sulle loro azioni e di provare senso di colpa e rammarico.  A volte possono mostrare una certa empatia, ma se le loro tendenze violente si attivano, il circuito dell’empatia collassa, annebbiando il loro giudizio, impedendogli di fermarsi e rendendoli capaci di violenze estreme [2].

Al livello 0, sono presenti coloro che non hanno alcuna empatia verso gli altri, tuttavia, ne distinguiamo due tipologie: empatia zero-positivo ed empatia zero-negativo.

Le persone con grado di empatia zero-positivo sono individui con grandi difficoltà empatiche, ma questa loro mancanza non li porta a compiere atti crudeli, banalmente li evitano.  Il cervello di queste persone mostra attività ridotte in quasi ogni area del circuito empatico ma il modo in cui elaborano le informazioni li porta ad essere estremamente logici, precisi e, paradossalmente, supermorali [2, 5, 13].  Tipicamente, le persone con grado di empatia zero-positivo ricadono nello spettro autistico.

Le persone con grado di empatia zero-negativo non hanno consapevolezza degli aspetti emotivi, di come relazionarsi, interagire o anticipare sentimenti o reazioni altrui; tali mancanze crea un grande egoismo.  Queste persone possono risultare approfittatrici, ostili e aggressive, sia verbalmente sia fisicamente, tanto da poter essere capaci di commettere atti criminali e crudeltà, poiché insensibili allo stato emotivo altrui.  Tuttavia non tutte le persone a questo livello sono crudeli o violente, infatti alcune di loro trovano terribilmente complicato avere rapporti interpersonali e non mostrano la volontà o il desiderio di danneggiare il prossimo, piuttosto possono risultare socialmente isolate.  Comunque, vista la loro scarsa empatia, quando gli viene fatto presente di aver ferito qualcuno ciò non ha significato per loro; non sono in grado di provare rimorso o colpa, perché non hanno idea di cosa l’altro stia provando [2].  Le personalità con empatia zero-negativa ricadono nei disturbi di personalità narcisista, borderline e psicopatico (anche se da un punto di vista diagnostico sarebbe più appropriato parlare di disturbo di personalità antisociale).  Questi presentano una forte associazione, o una buona sovrapposizione come nel caso del disturbo borderline, con i tratti della “triade oscura” [15] – argomento trattato in un altro articolo.

 

L’empatia è un modo speciale per conoscere gli altri e noi stessi

(Carl R. Rogers)

 

L’empatia non segue un copione. Non esiste un modo giusto o sbagliato per praticarla. È solo ascoltare, rispettare lo spazio, trattenere il giudizio, connettersi emotivamente e comunicare quel messaggio incredibilmente curativo che è ‘Non sei solo

(Bruné Brown)

 

La morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segni di una cultura sull’orlo della barbarie

(Hanna Arendt)

Riferimenti Bibliografici

1.      Baron-Cohen, S. (2004). Questione di cervello: La differenza essenziale tra uomini e donne. Mondadori.

2.      Baron-Cohen, S. (2011). Zero degree of empathy. On empathy and the origins of cruelty.

a.      p. 14

b.      p. 13

3.      Baron-Cohen, S., & Swettenham, J. (1997). Theory of mind in autism: Its relationship to executive function and central coherence. Handbook of autism and pervasive developmental disorders2.

4.      Castelli, F., Frith, C., Happé, F., & Frith, U. (2002). Autism, Asperger syndrome and brain mechanisms for the attribution of mental states to animated shapes. Brain125(8), 1839-1849.

5.      Di Martino, A., Ross, K., Uddin, L. Q., Sklar, A. B., Castellanos, F. X., & Milham, M. P. (2009). Functional brain correlates of social and nonsocial processes in autism spectrum disorders: an activation likelihood estimation meta-analysis. Biological psychiatry65(1), 63-74.

6.      Denham, S. A. (2006). Social-emotional competence as support for school readiness. Early Education and Development, 17(1), 57-89.

7.      Flavell, J. H. (2004). Theory of mind development: Retrospect and prospect. Merrill-Palmer Quarterly, 50(3), 274-290.

8.      Goleman, D. (1995). Emotional intelligence: Why it can matter more than IQ. Bantam Books.

9.      Goleman, D. (2006). Social intelligence: The new science of human relationships. Bantam Books.

10.   Holliday Willey, L. (1999). Pretending to be normal: Living with Asperger’s syndrome. London: Jessica Kingsley.

11.   Izard, C. E. (2002). Emotion theory and research: Highlights, unanswered questions, and emerging issues. Annual Review of Psychology, 53, 1-28.

12.   Keyser, C. (2014). Empathyc brain: empathy, mirror neurons and psychopathy. SITCC congress 2014.

13.   Lombardo, M. V., Baron-Cohen, S., Belmonte, M. K., & Chakrabarti, B. (2011). Neural endophenotypes of social behavior in autism spectrum conditions.

14.   Nolen-Hoeksema, S., Fredrickson, B. L., Loftus, G. R., & Wagenaar, W. A. (2009). Atkinson & Hilgard’s introduction to psychology. 15th. Cengage Learning EMEA. United Kingdom.

15.   Paulhus, D. L., & Williams, K. M. (2002). The dark triad of personality: Narcissism, Machiavellianism, and psychopathy. Journal of research in personality, 36(6), 556-563.

16.   Premack, D., & Woodruff, G. (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind? Behavioral and Brain Sciences, 1(4), 515-526.

17.   Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, Cognition and Personality, 9(3), 185-211.

18.   Saxe, R., & Powell, L. J. (2006). It's the thought that counts: Specific brain regions for one component of theory of mind. Psychological Science, 17(8), 692-699.

19.   Thompson, R. A. (1994). Emotion regulation: A theme in search of definition. In N. A. Fox (Ed.), The development of emotion regulation: Biological and behavioral considerations (pp. 25-52). University of Chicago Press.

Indietro
Indietro

Fragilità Emotiva

Avanti
Avanti

Triade Oscura